Veglia per il lavoro

Veglia per il Lavoro 2011



28 aprile 2011

Presso la chiesa di Maria Regina Pacis  si è svolta la veglia di meditazione e di preghiera per il lavoro promossa per tutta la città di Milano in prossimità della festa del lavoro del primo maggio.

Pubblichiamo i testi che hanno accompagnato la celebrazione.





Il Lavoro è per l'uomo ?

di Fulvio Colombo

Il tema proposto della veglia per il lavoro 2011 è espresso in una domanda: “il lavoro è per l’uomo?” . La risposta sembra ovvia, non può che essere positiva perché, come ci ricorda Giovanni Paolo II nella Laborem exercens, è l’uomo la misura, il metro del lavoro.

La condivisione della risposta è importante, ma comunque ci obbliga a leggere oggi e con attenzione la situazione del lavoro, per fare in modo che questa affermazione positiva si possa poi tradurre in impegno e responsabilità personale, sociale e politica per la sua concreta realizzazione.

La situazione del mercato del lavoro nell’area milanese, e in particolare nella città di Milano, è descritta nei rapporti della Provincia di Milano, dell’osservatorio privilegiato costituito da Cgil Cisl Uil milanesi e da Assolombarda, ma è possibile anche verificarla nell’esperienza quotidiana di ascolto e confronto con tante persone. Non voglio però qui presentare un insieme di numeri e dati, ma cercare invece di comprendere le linee di tendenza, i problemi e anche le risposte che in parte si stanno già manifestando.

La crisi economica e finanziaria, diventata poi crisi industriale e sociale, che ha colpito anche il nostro territorio, non è ancora avviata a soluzione: a periodi di apparente ripresa si alternano ricadute anche pesanti verso la stagnazione, spesso con effetto deprimente su chi intravedeva con speranza delle possibilità e si ritrova proiettato in un apparente vicolo cieco. Questa constatazione ci aiuta a comprendere che è andato profondamente in crisi il modello basato su finanza e economia monetaria, che si è rivelato inadatto a produrre sviluppo e opportunità per ciascuno e per tutti: ha anche inciso significativamente sui meccanismi di solidarietà sociale, con la conseguenza di rendere più sole le persone che già erano in difficoltà, ne ha anzi allargato la platea.

Può sembrare una riflessione sui massimi sistemi, ma è invece importante se si vuole cercare di cogliere i cambiamenti, di progettare un nuovo modello di sviluppo che vada oltre la pura contingenza e sappia offrire prospettive ad ogni persona che lavora o cerca lavoro, prospettive per cui vale la pena di mettersi in gioco.

Un primo elemento di conferma è rappresentato dalla crisi delle imprese nel territorio milanese, crisi numerica con una crescente riduzione della loro consistenza quantitativa, con conseguente contrazione dei posti di lavoro e potenziale e crescente disoccupazione. Si tratta di una crisi che si può fare risalire già ad alcuni anni fa, accentuatasi nell’ultimo periodo, con il coinvolgimento non più e non solo del settore industriale e manifatturiero, ma anche di altri prima meno colpiti: le costruzioni, il commercio, i servizi, i trasporti, le comunicazioni, con riduzioni annuali del numero di imprese che variano tra l’1 e il 2%. Reggono ancora i servizi alle imprese e alla persona, ma con capacità di riassorbimento della manodopera espulsa dagli altri settori sempre più ridotta.

Un secondo elemento che conferma sia la crisi delle imprese sia l’andamento un po’ ondivago della situazione lo riscontriamo nei dati della cassa integrazione: dopo la consistente crescita dell’ultimo trimestre 2010, soprattutto per quella ordinaria, si è avuto un deciso calo nei primi mesi del 2011, seguito dalla recente ripresa della cassa integrazione straordinaria. Si potrebbe leggere l’insieme di questi dati come frutto del tentativo di rimanere sul mercato da parte di molte imprese che hanno riorganizzato la loro attività, la loro produzione: la scelta ha consentito di salvaguardare un certo numero di posti di lavoro, una parziale ripresa di assunzioni negli ultimi mesi, ma ha contestualmente portato all’espulsione di lavoratori che non hanno trovato modo di ricollocarsi. E’ decisamente aumentata la disoccupazione maschile, diminuisce sempre più quella giovanile (con un tasso ormai al di sotto del 30%), rimane stabile l’occupazione femminile, intorno al 60%: ognuno di questi dati merita però una spiegazione. La crescente disoccupazione maschile ha la sua origine nella crisi dell’industria e non riguarda solo le qualifiche operaie ma anche quelle impiegatizie; l’occupazione giovanile di questo ultimo decennio è stata caratterizzata soprattutto dai cosiddetti contratti atipici, che sono stati i primi ad essere “cessati” nel momento della crisi; la stabilità dell’occupazione femminile è stata mantenuta pagando però spesso un prezzo rilevante sia rispetto alla qualità delle prestazioni professionali sia per quanto riguarda il prevalere di forme di lavoro prevalentemente precarie e a tempo.

Nell’insieme questi dati rendono evidenti tre elementi, che in parte rappresentano una certa novità, del mercato del lavoro milanese, e che sono parzialmente conseguenti l’uno dell’altro.

Il primo è il crescente divario tra le richieste, anche in termini professionali, di chi domanda e cerca lavoro, e le offerte di lavoro disponibili sul mercato: queste ultime sono sempre meno qualificate e specializzate, il che è il secondo elemento, e trovano origine soprattutto nel settore dei servizi, pulizie, commercio tradizionale, trasporto merci. La crescente o stabile mancanza di opportunità di occupazione crea una maggiore concorrenza in questi settori, concorrenza tra italiani e stranieri, concorrenza tra adulti, giovani e donne. I limiti profondi di tale concorrenza, in buona misura anomala, sono una qualità del lavoro che sicuramente non aumenta, anzi; e la notevole diminuzione della possibilità di una ricollocazione lavorativa al di fuori di questi ambiti. Un esempio, se si vuole anche banale, per spiegare meglio: fino ad alcuni anni fa, i cosiddetti pony express che consegnano la posta in città erano soprattutto giovani, che si guadagnavano così il primo stipendio e cercavano di entrare nel mondo del lavoro. Oggi ci sono adulti che creano concorrenza per questo tipo di attività: però, la possibilità che per loro questo rappresenti un trampolino per lavori diversi è notevolmente ridotta rispetto a quella offerta ai giovani. Una precisazione: il lavoro a Milano non è tutto nelle imprese di pulizia, ci sono richieste per prestazioni decisamente qualificate, dove la concorrenza si riduce notevolmente per mancanza di addetti, che sono proposte soprattutto con formule di tipo professionale, anche se spesso si tratta di lavoro subordinato mascherato. Questa situazione, ed è il terzo elemento, riguarda in particolare la classe media lavoratrice, se così si può definirla, quella impiegatizia, spesso con un trasferimento di responsabilità di natura imprenditoriale che non ha molto fondamento: quando poi si tratta di adulti, le possibili conseguenze in termini di instabilità occupazionale a medio periodo sono rilevanti.

Per concludere questa breve analisi, si possono molto schematicamente aggiungere queste ulteriori sottolineature:

  • Il mercato del lavoro nell’area milanese, ma in genere in Italia, non funziona molto bene perché non riesce a fare incontrare le esigenze e le opportunità tra domanda e offerta di lavoro, accontentandosi di una funzionalità giocata più sui costi che sulla qualità;

  • Prevalgono infatti le forme di assunzione atipiche, con le collaborazioni che rappresentano oltre il 25% dei nuovi contratti; chi cerca lavoro è avviato ad una attività più volte nel corso di un anno; i giovani raggiungono la possibilità di un lavoro stabile oltre i 30 anni;

  • C’è una grossa differenza tra la flessibilità, in parte conseguenza del nuovo modo di produrre e di un’ economia globalizzata, i cui costi sono distribuiti e condivisi, divenendo anche una offerta di opportunità; e una flessibilità i cui costi sono scaricati solo sul lavoratore, trasformandosi così in precarietà, non solo lavorativa, non solo economica, ma anche personale e di vita.

Se dovessimo fermarci qui, sicuramente avremmo la necessità di riformulare la domanda – titolo della veglia: questo lavoro è per l’uomo ? E la tentazione di una risposta negativa sarebbe molto forte.

Giovanni Paolo II, sempre nella Laborem Exercens, afferma che “il lavoro umano è la chiave essenziale di tutta la questione sociale” : cogliendolo come invito a riconfermare invece la nostra risposta positiva, un contributo di riflessione importante ci è offerto dal Fondo Famiglia Lavoro, promosso dal Cardinal Dionigi Tettamanzi, del quale sono stati presentati i dati nel convegno della vigilia della Giornata della Solidarietà dello scorso 12 febbraio. Senza soffermarsi su dati particolari, ci sono due aspetti interessanti che valgono anche per la città di Milano. La maggioranza delle richieste di poter accedere al contributo del Fondo sono state presentate nelle zone a maggior disagio sociale, e quasi in pari numero da italiani e stranieri. La maggioranza delle domande riguardavano persone o famiglie nelle quali era assente un lavoro, una occupazione, spesso da molto tempo ma anche da periodi più brevi. Circa il 20 % delle domande erano invece di persone occupate: questi due aspetti rendono ancora più chiaro, perché non sono frutto di aride statistiche, ma del vissuto delle persone, come la perdita del lavoro oggi può portare spesso, e in breve tempo, a condizioni di povertà o di notevole disagio; ma anche mettono in evidenza che, sempre oggi, l’avere un lavoro qualsiasi non rappresenta una garanzia, il tipo e le condizioni di quel lavoro sono fondamentali.

Una lettura in positivo è stata offerta dal nostro Cardinale, che ha indicato una nuova sostanza per la cittadinanza: “ abbiamo bisogno di una con-cittadinanza nuova, basata non più soltanto sulla co-esistenza ma sulla partecipazione o meglio sulla compartecipazione alle finalità, al superamento delle difficoltà, alla vita condivisibile su di un territorio.” Prendendo spunto dalla sua affermazione, mi sembra di poter affermare, anche alla luce della breve analisi svolta, che il lavoro dà cittadinanza ad ogni persona, ma che poter rendere veritiere queste parole sia necessario ridare cittadinanza al lavoro, riscoprirne il senso, assumersi l’impegno e la responsabilità di costruire e cercare le possibili soluzioni.

Mi sembra che si possano mettere in evidenza tre aspetti, che fanno anche riferimento ad alcuni percorsi positivi già in atto.

Per ridare cittadinanza al lavoro è necessaria la compartecipazione alle finalità, la condivisione, il confronto: questo interpella prima di tutto chi ha compiti istituzionali, e penso qui non solo al Governo ma anche alle autorità locali; ma anche al ruolo delle parti sociali, delle organizzazioni sindacali e dei datori di lavoro. Giovanni Paolo II nella Laborem Exercens sottolinea il ruolo del datore di lavoro indiretto che non può, soprattutto in condizioni di crisi come l’attuale, esimersi dallo svolgere il proprio ruolo nel determinare un sistema socio-economico che favorisca il lavoro, non può rimanere ai margini della partita e non giocarla attivamente: ha la grave responsabilità di mettere i giocatori nelle condizioni di poter raccogliere la sfida in modo positivo.

Due semplici esempi mi sembra possano spiegare cosa può significare questa con- cittadinanza per il lavoro: in diverse aziende, anche sul territorio milanese, si è riusciti a raggiungere accordi tra datori di lavoro, sindacati e lavoratori che hanno consentito, non senza sacrifici e difficoltà, di mantenere in vita un’impresa in crisi, che diventa così un bene, in qualche modo condiviso e da tutelare, da parte di persone che svolgono comunque e giustamente un ruolo diverso; l’esperienza, la testimonianza diretta e la grande dignità delle famiglie che hanno ricevuto il sostegno del Fondo Famiglia Lavoro sono la dimostrazione che spesso basta un piccolo contributo, la presenza discreta ma solidale, a rendere possibile il riprendere il cammino con una speranza nuova anche nell’affrontare difficoltà che non spariscono certo d’incanto. Il nostro Cardinale invita spesso alla sobrietà come stile di vita, come scelta: ma se la “sobrietà” è subita per cause esterne non può che trasformarsi ed essere definita come povertà, e come tale deve essere affrontata.

Il lavoro dà cittadinanza, ma in modo diverso nei diversi tempi della vita: un giovane che non trova un lavoro, o lo trova solo in modo precario, si sente defraudato del suo futuro, della possibilità anche solo di pensarlo; un/a quarantenne che si è costruito una famiglia, che ha figli, e perde il lavoro si sente defraudato del presente. Le contrapposizioni artificiose tra generazioni sono spesso strumentali e quasi un alibi per non impegnarsi a trovare soluzioni: il giovane di oggi sarà l’adulto di domani, il lavoro gli darà cittadinanza in modo diverso. Ci vuole l’impegno, ancora una volta condiviso, perché i diversi tempi del lavoro non privino nessuno di quelli che gli sono propri; si deve pensare con attenzione al significato dei cosiddetti diritti acquisiti, per evitare che acquisizione per uno sia privazione per un altro, ma si devono anche valorizzare, favorire normativamente anche incentivandole, le esperienze che consentono di trasmettere le competenze del lavoro tra generazioni, nello spirito della con- cittadinanza sopra richiamato.

Infine, riaffermando che il lavoro è per l’uomo, si deve con altrettanta chiarezza dire che l’uomo non è per il lavoro: questo ci riporta al tema dei tempi, che in questo caso sono quelli del lavoro, ma anche quelli della famiglia, della vita. Lo scorso marzo è stato firmato un importante accordo a livello nazionale, tra parti sociali e Governo, sulla conciliazione tra vita e lavoro, nel quale entra in modo esplicito anche la dimensione familiare: in Lombardia, e nel milanese si sono firmati alcuni accordi su questo tema, su part time e orari di lavoro, da ampliare e diffondere, anche se si deve rilevare, stranamente, che sul nostro territorio la Pubblica Amministrazione sembra percorrere la strada inversa, quasi mettendo in contrapposizione i tempi di una persona.

Nel 2012 si svolgerà a Milano il VII incontro mondiale delle famiglie che avrà come tema proprio la famiglia, il lavoro e la festa: proprio in relazione alla relazione tra lavoro e festa è ancora più importante ribadire con forza che la festa non è un prodotto da consumare ma un tempo da vivere.

Giovanni Paolo II sarà beatificato proprio il prossimo 1° maggio, e le sue parole sono la conferma più chiara che il lavoro è proprio per l’uomo: “Il lavoro porta su di sé un particolare segno dell’uomo e dell’umanità, il segno di una per-sona operante in una comunità di persone: questo segno determina la sua qualifica interiore e costituisce la sua stessa natura”.



Le testimonianze


Charles Chinedum

Mi chiamo Charles, vengo dalla Nigeria. Sono venuto a Milano circa 23 anni fa. Venni per motivi di studio. Infatti dopo qualche mese di studio della lingua italiana iniziai a frequentare lo studio organizzato dal Politecnico di Milano per tecnici di costruzioni. Scrissi la mia tesi sull'organizzazione problematica dei cantieri di lavoro (PROJECT MANAGEMENT). Fino a quel momento non ho avuto problemi rilevanti.
Dopo lo stage si sono presentate due opportunità di lavoro: una con Asfalti Conti e una con Cogefar, un'impresa di costruzioni che collaborava spesso con altre aziende in altri paesi. Infatti mi venne promesso un impiego con  Elephant Construction Company in Nigeria. Che felicità, mi sembrava un sogno che si stava per realizzare, visto che la mia intenzione era quella di tornare dopo la scuola, nella mia terra. Quell'anno però scoppiò il problema di tangentopoli, rifiutai l'offerta di Asfalti Conti, mentre la promessa di collaborare con Cogefar andò avanti fino a quando non ebbi esito negativo anche per questa opportunità. In poche parole mi ritrovai senza lavoro.
Da quel momento mi misi a cercare un impiego a Milano. Cominciai a cercare un lavoro adatto al mio titolo di studio. Mi ricordo che spesso al telefono mi dicevano che il tipo di lavoro che cercavo era per italiani, anche se ero qualificato almeno per partecipare al colloquio. In qualsiasi azienda mi presentavo mi dicevano categoricamente che non prendevano Africani. Capii che l'unico metodo per partire era quello di accettare qualsiasi mansione, e dimostrare con il tempo il mio valore.
Cominciai così come operaio e dopo pochi anni, il mio responsabile mi presentò ad un'azienda che gestiva la Ristorazione per i treni e  ottenni la mansione come assistente alla Direzione. Mi accorsi subito che le persone inizialmente rifiutavano di avermi come Capo. Ho capito che dovevo dimostrare a queste persone che anche se sono Africano, era meglio giudicarmi per la mia opera. Ho chiesto al mio Direttore di lasciarmi guadagnare il rispetto. Ho subito applicato due strategie: l'umiltà e l'impegno e, credetemi, in poco tempo, con l'aiuto di Dio, ho guadagnato il rispetto che credo di meritare.
Questo lavoro era iniziato in aprile. In agosto il mio capo, in ferie, mi lasciò da solo come responsabile per due  settimane. Con preoccupazione ma con tanta umiltà ed impegno riuscii a superare il periodo della sua assenza senza particolari problemi. A settembre dello stesso anno al mio capo venne fatta un'offerta di lavoro come Direttore Generale,e lui mi scelse come il suo capo area Standard. Anche in questa nuova esperienza ho incontrato qualche pregiudizio e resistenza, ma la realtà che ormai avevo capito era che per stare bene ed essere accettato dovevo imparare dagli aspetti negativi, e vedere sempre gli aspetti positivi.
La mia esperienza mi ha insegnato che con umiltà, impegno, capacità e la fiducia in  Dio, prima o poi le persone vedono in te gli aspetti positivi. Uno straniero che compie il proprio dovere con serietà viene visto dalle persone serie e in buona fede non più come il diversamente colorato (o, come nel mio caso, la persona di un bel nero ebano) di cui avere paura, ma come un collega, come un fratello della grande specie umana. Cosi oggi, per i miei colleghi, sono Charles, il tecnico della logistica.
Gloria e ringraziamento  a Dio per la sua benevolenza.


Fabrizio Tardiota

La mia testimonianza viene da chi è costretto a lavorare con i cosiddetti "contratti a progetto" o "contratti a termine": una vita lavorativa fatta di precariato.
Ho iniziato a fare il lavoro che svolgo attualmente circa 15 anni fa e da allora sono stato costretto a lavorare con queste forme contrattuali.
Brevemente; la mia vita lavorativa si svolge così: ogni anno - a volte ogni 6 mesi e, nei casi più estremi è capitato che fossero 3 mesi - il mio contratto deve essere rinnovato. Non esistono garanzie che questo accade e non sono previsti giorni di preavviso.
Praticamente, alla scadenza di ogni contratto, mi auguro di non dover cominciare, per l'ennesima volta, tutta la trafila per cercare un nuovo posto di lavoro. E questo, come già detto, accade, almeno, una volta all'anno da 15 anni.
A questo si aggiunge che da circa 1 anno e mezzo mia moglie non trova lavoro.
Fortunatamente lo stipendio che prendo è piuttosto adeguato. Ci permette di arrivare a fine mese e di pagare tutte le spese. Non facciamo una vita "sacrificata"; quando ci va usciamo la sera con amici; nel corso degli anni abbiamo fatto qualche viaggio e qualche piccolo vizio ce lo concediamo.
Insomma, il presente, in fondo, lo viviamo piuttosto serenamente. Il vero problema nasce quando si tratta di progettare il futuro.

Nella mia situazione vivere "alla giornata" non è una uno stile di vita, ma una scelta obbligata. Io e mia moglie non abbiamo avuto ancora bambini. In vista del loro arrivo servirebbe una casa più grande - almeno per dargli una cameretta - ma con un contratto inaffidabile come il mio nessuno ci concederà mai un mutuo.
In ogni caso lo stato di ansia che viviamo continuamente si fa sempre più opprimente.
Per concludere posso dire che, fortunatamente, il servizio di educatori che svolgiamo come Scout ci aiuta ad alleviare questa situazione di ansia costante e che la serenità la troviamo nell'impegno che in questo ci mettiamo.
Insieme con voi vorremmo chiedere al Signore di sostenere la nostra fede in mezzo a queste prove e di illuminare le scelte di tutti per un po' più di stabilità nelle vite delle famiglie.


Livia e Giuseppe Spadaro

La nostra famiglia è composta da cinque, quasi sei persone, con il quarto bambino in arrivo...
Un nucleo famigliare numeroso per la nostra società che non sempre è pronta a comprendere o a condividere la gioia di tanta fatica e confusione. La confusione è quella di una casa dove non c'è mai un attimo di pace e silenzio (fortunatamente notte esclusa .. il più delle volte!!), ma è subito ricompensata dalla gioia di un sorriso. La fatica tocca diversi aspetti.

L'aspetto economico potrebbe sembrare il più problematico. Qualche soluzione però c'è. Potrei essere definita una donna discount. In realtà la spesa non la faccio quasi più in questo tipo di negozi per paura di prodotti alimentari eccessivamente scadenti. Ma sono molto attenta alle famose "offerte settimanali" che ci permettono di risparmiare una media del 30-40% a settimana. Inoltre conosco molti outlet dove acquisto nei periodi di saldi risparmiando il 70-80 % sul prezzo di listino e comunque non spendendo mai più di 10 euro a capo per l'abbigliamento tranne rare eccezioni, concesse principalmente a mio marito che si compra un pantalone all'anno e quindi è scusato.
Mi gestisco un budget settimanale per gli alimenti e solo a fine mese acquisto, quando necessario, capi di vestiario o articoli vari. Le bollette generalmente le paghiamo a fine mese nei giorni di paga a volte 15 giorni in ritardo rispetto alla scadenza.
Tanti genitori pensano di non mettere al mondo altri bimbi dopo il primo o il secondo perché non riuscirebbero a garantirgli il benessere dato ai figli già presenti. Ecco questo per me è un punto chiave... rinuncerei a tutto per un nuovo componente della tribù.
Fatta la scelta si arriva a tutto: si accetta l'aiuto di chi ci sta intorno, ci si ingegna, si rinuncia al futile e si scopre un mondo prima sconosciuto, su come fare condivisione e godere il bene della provvidenza. La mia futura bimba infatti ha un guardaroba pronto ad attenderla. Molti vestiti mi arrivano da una ragazza conosciuta tramite un annuncio che ho messo su internet che diceva "famiglia numerosa cerca vestiti per bimbi di diverse età". So che può sembrare umiliante e in effetti mi sentivo un po' a disagio ma, una volta contattata da questa persona, mi sono accorta di come le vie del Signore siano davvero infinite e che non c'era nulla di cui vergognarsi, in quanto ciò che per noi, in un determinato momento, è indispensabile per altri è futile e merce da eliminare.
Quando il test di gravidanza risultò positivo entrai in crisi perché avevo già donato ormai già tutto a mia volta a neo mamme che ne avevano la necessità.

Un altro pensiero è: "Come mi organizzo tra sport, corsi dopo scuola, orari e lavoro?" So che tanti contano sui nonni. Noi siamo fortunati e riusciamo a gestirci da soli. I bimbi vanno scuola fino alle 17.30- 18 e dopo di che stanno con noi. Sarebbe davvero impensabile accompagnare ogni giorno uno di loro a sport serali sia per il costo che per lo stress che ne uscirebbe.
Quando c'è stanchezza e ansia per i tempi e i costi della vita, inevitabilmente le liti in famiglia e la poca tolleranza reciproca aumentano.
Con la scelta che abbiamo fatto abbiamo tutto il tempo di tornare a casa cucinare, chiacchierare tranquillamente a tavola e poi concludere con un bel rosario la serata che, ormai per noi, è un momento tutto nostro che ci avvicina e avvicina i nostri piccoli ai veri valori della vita.

Un altro tasto dolente è la casa. Molti dicevano che ogni figlio ha bisogno del suo spazio per crescere sereno, che non si può lasciare fratelli e sorelle nella stessa camera da letto, che il secondo bagno è indispensabile. Tutto vero, ma facendo quattro conti abbiamo deciso che i nostri 62 mt quadri  senza rata del mutuo, ci bastano e avanzano e che tutto sommato non ci manca nulla per poter dire di essere felici. 
Confidiamo sempre in Dio perché ci mantenga in grazia e salute, dopo di che tutto il resto, davvero, penso che si possa superare con delle rinunce. Tali rinunce  non si sentono tali se si guarda intorno a noi e si comprende quanto invece siamo fortunati ad avere tre pasti caldi al giorno, un tetto sulla testa, la libertà di esprimere la propria fede e di condividere tutto ciò con dei mostriciattoli tanto pronti a toglierti energie, ma subito in grado di ricompensarti e commuoverti con un abbraccio o un semplice sorriso.
Infine per quanto riguarda le paure sul futuro, sulla mancanza del lavoro e comunque sul pessimismo dilagante, facciamo nostro quel versetto della Bibbia che in Siracide 2, 8 dice: "Voi che temete il Signore, confidate in Lui; il vostro salario non verrà meno".


Silvio Songini

Ciao Gesù,
Sono un ingegnere, dirigente d'impresa; un privilegiato si potrebbe dire! Un amico imprenditore, tre anni fa mi ha chiamato e mi ha proposto di affiancarlo nella conduzione della sua impresa.
E' titolare di una media impresa nel settore delle costruzioni civili e stradali, quelli che costruiscono case, strade e ponti, composta da 60 dipendenti; e se a questi si aggiunge l'indotto, formato da artigiani, imprese individuali, piccole imprese e fornitori fidelizzati, che collaborano da anni all'attività, il numero aumenta a circa 200.
Lui è una brava persona, sai, un brav'uomo si dice, onesto, laborioso, serio: lo conosco da tanti anni, mi piace! E' uno che pensa che anche nel lavoro, prima di tutto venga comunque l'uomo e solo dopo il suo essere capo, geometra, autista, operaio.
Mi entusiasma l'idea e accetto la sfida; non certo senza qualche preoccupazione; la consapevolezza cioè di essere chiamato al timone di una nave la cui rotta ed approdo dipenderanno anche da me!
Entro in azienda. C'è lavoro, l'impresa, laddove conosciuta, è stimata per la qualità delle opere realizzate, per la serietà e la correttezza nei rapporti. Lavoriamo in tutto il nord Italia, in Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Lombardia ovviamente. Sono proprio contento.
Ma nubi di cattivo presagio si affacciano all'orizzonte e le onde del mare si increspano.
Il prezzo del petrolio, si impenna vertiginosamente, Il costo di produzione aumenta, ma i ricavi corrispondenti no! Brutti segnali! Ad ottobre scoppia la bomba della finanza americana. Le banche si irrigidiscono, chiedono di rientrare delle esposizioni; diminuisce la possibilità di accesso al credito.
Iniziamo a fare fatica ad incassare i crediti del nostro lavoro: lavoriamo tanto per gli enti pubblici che rinviano in modo insostenibile i pagamenti dovuti e si giustificano dicendo di dover rispettare i Patti di Stabilità; hanno i soldi ma non li possono spendere.
Il mio titolare immette tutto ciò che può in azienda, tutti i risparmi di anni di lavoro, persino la propria abitazione mette in gioco! E' come se si fossero aperte delle falle nello scafo della nave, imbarchiamo acqua, non riusciamo più a tamponarle.
Ma sembra che tutto ciò non interessi ad alcuno; chiediamo spiegazioni, soprattutto auspichiamo interventi mirati, strutturali. Ma non accade nulla!
Al disappunto, alla fatica quotidiana subentra l'arrabbiatura; arrabbiatura di chi si sente solo a abbandonato al proprio destino.
Ti ho pensato tanto Gesù, e tra le immagini della tua vita quella che più sentivo vicina in quei momenti era quella di quel giorno al tempio, quando hai preso in mano la frusta!
La nave affonda, occorre prendere decisioni importanti; o lasciarla al suo destino di inabissarsi con tutto il personale a bordo, o tentare di salvarla ma lasciando a terra qualcuno. Si opta per la seconda.
Si partirà con solo 20 persone di equipaggio e non più 60. Ma con quale criterio scegliere chi deve essere lasciato a terra? Chi spingere verso la disoccupazione, la cassa integrazione o, peggio, la perdita del lavoro? E chi imbarcare prospettandogli comunque periodi di incertezza e sospensione?
Mi metto in gioco, ma mi si dice che sono l'unico timoniere presente nella possibilità di governare la rotta della nave; ed allora scorrono davanti ai miei occhi liste di nomi; non riesco a dimenticare chi ci sia dietro, i loro sguardi, le loro vite, le gioie confidate nei tempi più sereni. Si assumono le decisioni e a ciascuno tocca il proprio destino!
Caro Gesù, che alternanza di sentimenti ho provato; da una parte la disperazione di chi si è sentito escluso, le parole di insulto, persino minaccia; ma poi tutto si ricompone, la ragionevolezza prevale sull'istinto! Dall'altra, la speranza di una prospettiva di chi si è sentito coinvolto nel tentativo di riparare la nave, rapporti che si rafforzano, nello sforzo comune dell'impresa di riuscirci!
E' dura andare avanti! La tentazione di abbandonare tutto e tutti è forte: ho la responsabilità della mia famiglia come priorità, mi dico! Ma avverto anche forte la responsabilità verso i miei colleghi, le loro famiglie, il cui futuro può passare attraverso il mio impegno fedele.
In questi momenti di grande stress emotivo mi è di conforto e sostegno la mia famiglia, mia moglie in particolare; capace di leggere le situazioni, certo consapevole delle necessità emergenti, ma anche generosamente sensibile rispetto ai dubbi che mi assalgono.
Ti ringrazio Gesù.  Ora lavoriamo, ma da dieci mesi siamo senza stipendio. Le nubi si diraderanno.
Veglia sul nostro lavoro e sulle nostre famiglie. Ti prego.